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I bulli del quartiere
Kimboy74
13.03.2026 |
826 |
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"Pochi giorni dopo, durante una ricreazione piovosa, puntarono Gabriele, un ragazzino mingherlino con capelli arruffati e occhiali spessi, sempre perso nei suoi fumetti..."
Immagina quel quartiere di periferia negli anni '80, un labirinto di case basse e giardini spelacchiati, dove la legge del più forte regnava sovrana tra i ragazzi. Io ero Michele, un adolescente magro come un chiodo, con un cappotto color cammello che mi arrivava alle ginocchia e maglioncini fatti a mano da mia nonna, che mi davano un'aria da intellettuale spaesato. Pesavo sì e no 50 chili, con braccia sottili e un viso pallido incorniciato da capelli castani arruffati. Vivevo in un mondo di libri e sogni, ma il quartiere non perdonava i deboli. Mario era il mio vicino, un colosso di 14 anni e 90 chili, con un giubbotto di pelle logoro che lo faceva sembrare un bullo da film americano. Aveva spalle larghe, mani callose da chi passava le giornate a calci in strada o a fumare dietro i garage, e un ghigno che prometteva guai. Con lui c'era sempre Nicola, più magro di me, ma con un'agilità da furetto e occhi furbi che lo rendevano complice perfetto.Quel pomeriggio d'autunno, stavo tagliando per il terreno incolto dietro casa, un'erba alta e un albero di fico nodoso al centro, per accorciare il cammino verso il negozio di giornali. L'aria odorava di terra umida e foglie marce. Non li vidi arrivare. Mario mi bloccò con una spinta al petto, facendomi sbattere contro il tronco ruvido del fico. 'Ehi, Michele, dove scappi?' ringhiò, la voce bassa e divertita. Nicola chiuse il cerchio, ridacchiando. Provai a divincolarmi, ma Mario mi afferrò per il cappotto, sollevandomi quasi da terra. 'Lasciami, Mario, ho da fare', balbettai, ma lui rise, slacciandosi i pantaloni con una mano sola. Il suo cazzo balzò fuori, già duro e grosso, venoso sotto la pelle tesa. Nicola mi tenne le braccia ferme dietro la schiena, mentre Mario mi abbassava i pantaloni e le mutande con gesti rudi, esponendo il mio culo pallido all'aria fresca.
Sputò sulla mano e se la passò sul cazzo, poi prese un tubetto di vaselina dalla tasca – chissà da dove l'aveva rubato – e ne spalmò una dose generosa sul mio buco stretto. 'Rilassati, non mordo', mentì, e spinse dentro. Il dolore fu lancinante, come se mi squarciasse in due. Urlai, ma Nicola mi tappò la bocca con la mano, premendomi contro l'albero. Mario affondò piano all'inizio, centimetro dopo centimetro, il suo peso che mi inchiodava lì. Sentivo il suo ventre peloso premere contro le mie natiche, il fiato caldo sul collo mentre pompava con ritmo crescente. 'Prendilo tutto, frocio', grugniva a ogni spinta, le mani che mi stringevano i fianchi fino a lasciare lividi. Nicola, eccitato, si slacciò i pantaloni e mi ficcò il cazzo in bocca. 'Succhia, dai', ordinò, spingendo dentro finché non sentii il sapore salato sulla lingua. Lo feci meccanicamente, la gola che si contraeva, mentre Mario mi inculava senza pietà, il tronco del fico che mi graffiava la schiena.
Mario venne per primo, riversando il suo seme caldo dentro di me con un gemito rauco, tirandosi indietro solo per schizzare gli ultimi fiotti sulle mie cosce. Nicola mi tenne la testa ferma e mi scopò la bocca fino a eiaculare, costringendomi a ingoiare il suo sperma amaro. Mi lasciarono lì, tremante, con il culo che bruciava e il sapore di loro in bocca. Si rivestirono ridendo, come se fosse stato un gioco. 'Ci vediamo, Michele', disse Mario con un colpetto sulla spalla, e se ne andarono. Io mi rimisi a posto in silenzio, il cappotto macchiato di terra, e tornai a casa zoppicando. Mia madre mi chiese del ritardo: 'Niente, ho perso tempo al campo', mentii, mentre dentro sentivo quel segreto avvelenarmi.
Oggi lo chiameremmo stupro, un abuso sessuale tra adolescenti, ma allora era solo la 'legge del più forte', un mondo selvaggio dove il potere si affermava con i pugni e i cazzi. C'era un fascino oscuro in quella violenza, un proibito che ti marchiava per sempre. Ma proviamo a entrare nella testa di Mario, quel gigante che vedeva il quartiere come il suo regno. Per lui, io non ero una vittima; ero solo un altro scalino per scalare la gerarchia. Immagino quel momento dal suo punto di vista: Mario camminava per il terreno incolto con Nicola al fianco, il giubbotto di pelle che scricchiolava a ogni passo, sentendosi invincibile. A 14 anni, con 90 chili di muscoli e grasso da bullo di strada, era il re del quartiere. Non aveva bisogno di amici stretti; bastava il terrore che incuteva. Vedeva me, Michele, come un bersaglio facile: magro, timido, con quel cappotto da secchione che lo faceva sembrare preda. 'Guarda lì', disse a Nicola, annuendo verso di me che passavo ignaro. Il cuore gli batté più forte, non per colpa, ma per eccitazione – quel brivido di dominio che lo faceva sentire un dio.
Mi spinse contro l'albero senza esitare, il corpo di Michele che cedeva sotto la sua forza come carta. Slacciò i pantaloni, il cazzo che si ergeva orgoglioso, pulsando per l'anticipazione. Spalmò la vaselina – rubata da casa sua, dove sua madre la usava per le labbra – e spinse dentro quel buco vergine. Sentì la resistenza, il calore stretto che lo avvolgeva, e rise dentro di sé: 'È mio ora'. Pompava con godimento, ogni affondo un'affermazione di potere. Nicola che mi ficcava il cazzo in bocca? Solo un extra, un modo per condividere il trono. Venne con un'esplosione di piacere, il seme che riempiva quel ragazzo debole, marchiandolo come suo. Non pensava al consenso; per Mario, il mondo era una giungla, e lui il leone. Dopo, si sentì euforico, più alto, più forte. 'Un altro che sa chi comanda', pensò, mentre se ne andava, lasciando me a raccogliere i pezzi.
Quella mentalità non si fermò con me. Dopo quell'episodio, Mario, Nicola e il loro nuovo complice Luca – un ragazzo di 15 anni con spalle da calciatore e un ghigno da lupo – fecero finta di niente. A scuola, mi salutavano con cenni distratti, come se il mio culo indolenzito fosse un ricordo banale. Io tenevo la testa bassa, il cappotto color cammello ora una prigione, e fingevo anch'io. Ma loro avevano fame di altro. Pochi giorni dopo, durante una ricreazione piovosa, puntarono Gabriele, un ragazzino mingherlino con capelli arruffati e occhiali spessi, sempre perso nei suoi fumetti. Viveva all'angolo della via, isolato, facile da isolare.
Dal punto di vista di Mario: Si appoggiò al muro del bagno dei maschi, l'aria umida che puzzava di piscio e disinfettante. Nicola fumava una sigaretta, Luca sfregava i piedi nervosamente. 'Guardate chi entra', sussurrò Nicola quando Gabriele varcò la soglia, zaino appeso a una spalla, diretto al cubicolo. Mario sentì il brivido risalirgli la spina: eccitazione pura, il bisogno di dominare. 'Ehi, Gabriele', chiamò, bloccandogli la strada. Il ragazzo si bloccò, occhi nervosi. Senza parole, Mario lo spinse contro il muro piastrellato, l'impatto che echeggiò. Nicola e Luca chiusero la porta, serratura clic.
'Non urlare o ti spacchiamo', ringhiò Luca, torcendogli un braccio. Gabriele gemette, obbedendo. Mario slacciò la cintura lentamente, gustandosi il momento. 'Ci annoiamo. Tu ci diverti'. Tirarono giù i pantaloni di Gabriele, esponendo il culo pallido e scheletrico. Lo costrinsero a chinarsi sull'urinatoio, quel trogolo incrostato di urina gialla e odore acre. Mario gli spinse la testa giù, capelli che sfioravano il liquido stagnante. 'Lecca se vuoi pietà', mentì, ma non aspettò. Sputò sulla mano, bagnò il suo cazzo eretto, e spinse dentro il buco stretto. Gabriele urlò soffocato contro la porcellana, lacrime che colavano. Mario affondò, sentendo la resistenza cedere, il calore che lo stringeva. Pompava brutalmente, mani che tenevano la testa premuta, naso che sfregava il lurido.
'Prendilo tutto', grugniva a ogni spinta, sudore che colava. Nicola e Luca slacciati, eccitati. 'Fottilo bene', disse Luca, accarezzandosi. Mario venne profondo, tirandosi indietro per schizzare sul pavimento, ansimando. 'Vostro turno'. Nicola spinse la testa più giù, immergendola quasi nel piscio, e inculò con spinte secche. Gabriele singhiozzava, corpo che sobbalzava. Nicola eiaculò dentro, seme che colava sulle cosce. Luca fu il peggiore: afferrò i capelli come redini, pompando violentemente, bacino che sbatteva contro l'urinatoio. 'Senti come ti riempio', ringhiò, venendo con un ruggito.
Non so cos'altro gli fecero – forse lo costrinsero a leccare i loro cazzi sporchi di sperma e urina, o a ingoiare tutto in bocca uno dopo l'altro. Gabriele non parlò mai. Dopo, camminava goffo come prima, salutava con sorrisi forzati, ma occhi vuoti, come se una parte di lui fosse rimasta lì. A me era andata meglio: solo due, all'aperto, senza quell'umiliazione. Il mio trauma era grezzo; il suo, un abisso.
Mario, uscendo ridendo, pensò: 'Un altro che impara'. Il quartiere continuava, segreti come croci silenziose. Quel 'gioco' di dominio lasciava tracce – traumi per noi prede, un'ombra per lui, re per un giorno in un mondo perverso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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